lunedì 27 dicembre 2004
L'INDIFFERENZA
…la cura per il male dell’indifferenza consiste nel prendere gradualmente contatto con le emozioni rimosse e con i bisogni negati e nello sciogliere le tensioni muscolari croniche nei segmenti in cui si sono addensate.
quando la persona, in terapia, impara finalmente a dire: “ è troppo doloroso per me” “mi fa troppo male” “non posso ancora toccarlo”, ha già compiuto buona parte del processo verso un riequilibrio di sé. Il tratto successivo del percorso consisterà nel prendere gradualmente contatto con le proprie ferite e nell’imparare ad accettarle. Allora l’indifferente riuscirà finalmente a dire: “questa esperienza è per me davvero molto importante” “tu sei importante”.
per tornare, infine, al meccanismo dell’indifferenza sociale, credo che la cosa più difficile oggi sia mantenersi accessibili e quindi tollerare di essere vulnerabili all’enormità di tanta sofferenza.
Il filtro dell’indifferenza infatti ci soccorre più che mai, nel tentativo di tutelare uno spazio personale di equilibrio e di benessere .
Forse, anche in questo caso, se ognuno imparasse a sentire e a dire “è troppo” “mi fa troppo male”, ciò potrebbe rappresentare un primo sensibile argine al dilagare di tanto orrore.
Qualche anno fa ci sconvolgevamo nel sentire episodi di violenza consumati in luoghi pubblici, come la metropolitana di Parigi o la stazione Termini di Roma, davanti ai quali nessuno dei presenti interveniva a difesa delle vittime. Una donna di una certa età fu violentata per la strada, davanti ad un pubblico di giovani passeggeri di un’automobile che passava di lì per caso, suscitando in loro come unica reazione una serie di sarcastici commenti.
Sembra che questo tipo di notizie abbia smesso di fare scalpore, dato che non se ne parla più ultimamente. Adesso hanno lasciato il posto a qualche allarmato commento sulle decapitazioni in Iraq, dopo che gli orrori della guerra nel Kosovo e dei bombardamenti in Iraq, la tragedia del conflitto israeliano-palestinese e le terrificanti condizioni in cui versa il popolo africano, sono divenute realtà con cui “ci siamo abituati” a convivere.
Si commenta tutto ciò soprattutto motivandolo come un fenomeno di assuefazione ad aggressioni emotive così spaventose, ma purtroppo tanto ricorrenti da non suscitare più né meraviglia né orrore in noi che le contattattiamo. Si sottolinea giustamente come l’uso da notizia scoop usa e getta che ne fa la stampa, trasformi questi episodi raccapriccianti nella normalità nel nostro mondo contemporaneo.
Senza nulla togliere alla verità di queste osservazioni, vorrei qui soffermarmi sulla funzione di difesa psichica dell’indifferenza.
Tutti abbiamo chiaro cos’è la soglia del dolore: essa interviene ad avvisare l’organismo di un limite di sopportazione sensoriale e quindi a difenderlo da stimoli eccessivi, fungendo da filtro e da selettore rispetto al mondo circostante.
L’indifferenza può avere un ruolo simile, solo che interviene rispetto a sollecitazioni emotive invece che fisiche e comunque ad esperienze di ordine psicoaffettivo.
Quando l’input è eccessivo per l’equilibrio psicocorporeo della persona, l’indifferenza subentra a difendere l’organismo da un’esperienza eccessivamente dolorosa.
Il filtro adottato dall’indifferenza consiste negli assunti fondamentali: “non è così importante per me” “non mi suscita alcun turbamento” “con o senza è lo stesso”.
Molto prima di diventare un meccanismo di difesa sociale, l’indifferenza è perciò una forma di protezione psichica di fronte ad eventi traumatici e dolorosi della propria crescita nell’ambito del proprio ambiente affettivo.
Una persona che ha dovuto imparare a crescere senza suo padre, per esempio, perché già da quando era piccolissima lui non abitava più con lei e non le prestava la minima attenzione, può aver costruito una spessa corazza di indifferenza, per proteggersi dal dolore di una mancanza troppo grande, imparando a fare a meno di lui e a non ritenerlo affatto importante.
Dal punto di vista somatico ciò si è tradotto nel corazzamento muscolare della zona del cuore e del plesso solare, con relativo congelamento dei sentimenti di tenerezza , di bisogno e di affetto. Questa “lastra” che la persona avverte nel suo petto è la fredda distanza emotiva che ha costruito nei confronti di suo padre e la forte contrazione che ha imparato ad esercitare a quel livello.
Se è una donna, attualmente nei confronti degli uomini può avere un atteggiamento simile: “posso fare a meno di voi” “non significate niente per me”. O, quanto meno, può adottare nei loro confronti un atteggiamento di ambivalenza, per cui investire le sue emozioni nei confronti di qualcuno, sarà subito ritrattato e svalorizzato.
Può accadere che il bagaglio di delusione e di amarezza accumulato nell’infanzia da un bambino nei confronti di genitori che si sono dimostrati inadeguati ai suoi bisogni di sostegno, di comprensione e di nutrimento emotivo, sia diventato così pesante da non poter essere sopportato, cosicché quel bambino, crescendo, impara a credere che i suoi genitori non siano affatto importanti per lui. Inutile aggiungere che quel bambino da adulto avrà seri problemi ad impostare relazioni affettive significative e soddisfacenti.
Anche nei casi di accesi conflitti familiari tra genitori oppure tra un genitore e un fratello o una sorella, la carica di emozioni può essere troppo intensa e contraddittoria ed essere sottaciuta con l’indifferenza. Emozioni a tinte tanto intense, come rabbia, confusione, terrore di essere annientati, desiderio di distruggere, senso di colpa, bisogno di riparazione, possono essere tenute compresse sotto un coperchio metallico e freddo, che finisce per diventare l’unica parte di sé che la persona conosce e che è abituata a contattare.
Sul piano psichico, questa persona potrà esercitare un forte controllo su se stessa e sulle situazioni circostanti, nel costante illusorio tentativo di evitare che qualcosa improvvisamente esploda dentro o fuori di sé (spesso non è possibile avvertire la differenza). Sul piano corporeo potrà presentare forti tensioni negli occhi e nella nuca, nelle mascelle e nelle spalle e contemporaneamente avere un pessimo appoggio sul terreno e molta debolezza nelle gambe.
Generalmente l’indifferente non è una persona felice. Tutte le emozioni e i bisogni non detti e sicuramente inconsci, divengono generiche insoddisfazioni e ansie vissute a più livelli.
Tutto ciò a cui l’indifferente nega valore ed importanza è contemporaneamente anche ciò che gli è precluso di raggiungere e che in verità rappresenta la cosa più importante per lui.
La cura per il male dell’indifferenza consiste nel prendere gradualmente contatto con le emozioni rimosse e con i bisogni negati e nello sciogliere le tensioni muscolari croniche nei segmenti in cui si sono addensate.
Quando la persona, in terapia, impara finalmente a dire: “ è troppo doloroso per me” “mi fa troppo male” “non posso ancora toccarlo”, ha già compiuto buona parte del processo verso un riequilibrio di sé. Il tratto successivo del percorso consisterà nel prendere gradualmente contatto con le proprie ferite e nell’imparare ad accettarle. Allora l’indifferente riuscirà finalmente a dire: “questa esperienza è per me davvero molto importante” “tu sei importante”.
Per tornare, infine, al meccanismo dell’indifferenza sociale, credo che la cosa più difficile oggi sia mantenersi accessibili e quindi tollerare di essere vulnerabili all’enormità di tanta sofferenza.
Il filtro dell’indifferenza infatti ci soccorre più che mai, nel tentativo di tutelare uno spazio personale di equilibrio e di benessere .
Forse, anche in questo caso, se ognuno imparasse a sentire e a dire “è troppo” “mi fa troppo male”, ciò potrebbe rappresentare un primo sensibile argine al dilagare di tanto orrore. |