giovedì 22 luglio 2004
Uno dei primi aspetti che si incontra spesso all’inizio di una psicoterapia è quello che riguarda lo spietato giudizio su se stessi, un’attitudine severa e autocolpevolizzante verso le proprie aree critiche, la mancanza di tolleranza per le proprie debolezze e vulnerabilità, condita da una valutazione rigida rispetto al raggiungimento dei propri scopi.
Si direbbe che molte delle persone che intraprendono un lavoro su se stesse come prima cosa vedono apparire nello specchio che le riflette l’immagine del proprio impietoso super-io, affaccendato ad emettere sentenze e giudizi che non fanno che trascinarle nella direzione di un circolo vizioso, in cui ripetono ciecamente i messaggi negativi che hanno assorbito fin dall’infanzia.
Etimologicamente la parola compassione, interpretata facilmente secondo la dispregiativa attribuzione di commiserazione, significa con-patire e cioè soffrire con.
Lungi dal rappresentare un lamentoso vittimismo o un crogiolarsi in dimensioni regressive e patetiche, sta ad indicare una rara e preziosa capacità: quella di partecipare emotivamente, con il cuore e con i sentimenti, alla sofferenza di una persona vicina. Ciò implica la dote di saper ascoltare e di accogliere qualcuno empaticamente, senza giudicarlo, ma comprendendo ciò che lo porta a soffrire.
Questa attitudine rara nelle relazioni interpersonali, è ancora più difficile da rintracciare quando si tratta di riferirla a se stessi.
L’autocompassione, e cioè la capacità di sviluppare accoglienza e contenimento rispetto alle proprie parti ferite e doloranti, impacciate, atrofizzate, inadeguate, sgradevoli, mostruose o bestiali, è il primo significativo e importante gradino che permette uno scatto fondamentale in terapia.
Se la persona riesce a compiere il passaggio dal feroce giudizio che ha costruito verso la parte di sé che è in difficoltà all’amorevole sguardo capace di sostegno e di perdono, di compartecipazione al dolore, di tenerezza e di comprensione, sta trovando la strada per uscire dal circolo vizioso e per sviluppare in sé le doti del genitore buono che non ha mai avuto e che continua a cercare fuori di sè.
In questo passaggio è certamente importante la figura del terapeuta, che funge, almeno temporaneamente, da modello di genitore buono, capace di comprendere e di prendere per mano le aree difficili del paziente, spesso coincidenti con le sue parti infantili non ascoltate e non amate.
L’attitudine del terapeuta, rivolta a prendersi cura delle sofferenze del bambino ferito e non compreso e ad accettarle per la prima volta , rende possibile lo sviluppo da parte del paziente di un’attitudine analoga verso se stesso.
Introiettare questo approccio alla propria sofferenza permette alla persona di offrirsi quelle qualità e quei sentimenti che ha da sempre desiderato ardentemente e che ancora oggi cerca disperatamente negli altri: l’approvazione, l’accettazione, l’accoglienza.
Pian piano il paziente che impara a non giudicarsi e ad aiutarsi, smette di essere tanto ipersensibile ai giudizi e ai rifiuti altrui e tanto esigente rispetto alle risposte del mondo esterno.
Le conferme provenienti dagli altri cominciano a non avere più la valenza di “sono giusto o sbagliato”, “vado bene o vado male”, ma piuttosto quella di un regalo inaspettato e gradevole.
L’autocompassione permette perciò alla persona di migliorare la convivenza con se stessa, di sviluppare il genitore buono separandosi gradualmente dal terapeuta e introiettando il modello che gli ha fornito, di imparare ad affermarsi con maggiore libertà dal giudizio altrui.
E’ inoltre il fondamento per far crescere la capacità di compassione nelle relazioni umane.
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